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Il Museo Temporaneo Navile il primo museo di’Italia legato all’idea di quartierededicato alla fruizione dell’arte, al concetto di cultura, chiude  il 2019, il suo primo anno,  con la mostra “Ombreggiature di un ordine mobile ” di Attilio Tono; una mostra che riflette su  un’architettura, che amplia i suoi orizzonti, su un’idea di sperimentazione, dove la materia è il tramite empatico che può traghettarci oltre e verso la scoperta, la sensorialità.

Questa mostra è l’interazione con la natura, l’arte e la ricerca, la necessità e la volontà di scoprire, la conoscenza che si svela e non si spiega. L’importanza della variante, che ci porta al non- equilibrio e alla connessione di tutto ciò che ci circonda, ecco dove ci porta Attilio Tono, con la sua scultura delicata e massiccia, una scultura certamente portatrice di novità, di ingegnosità; la sua arte è un universo di conoscenza espresso attraverso l’incontro di materiali, la sua poetica verte sull’abilità a spiegarci come la conoscenza non è assoluta, ma un insieme di variabili  e questo si rispecchia nella realtà dei suoi lavori, nella sua inclusione. Esperimenti avvenuti dentro gli spazi di mtn,  installazioni create solo per la voglia di scoprire, incontrando impervie e difficoltà nel lavoro, ma affermando che possono essere queste nuove scoperte non calcolate a rendere più interessante una nuova scultura.

Come ti sei rapportato con il museo e che influenza ha avuto sul tuo lavoro?

Ciò che ho apprezzato di quest’esperienza è stato l’antitesi in cui il museo si pone  rispetto ai luoghi comuni. Solitamente nel momento creativo l’artista si sente libero e poi nel momento di realizzazione della mostra si trova a dover assecondare un’ esigenza di spazio, di pubblico e di referenti finali; mentre in questo caso la produzione delle opere ha coinciso con la presentazione e l’ideazione della mostra. Ho progettato e prodotto le sculture quasi tutte all’interno dello spazio espositivo, è stato come creare al momento stesso della presentazione.

Hai sperimentato molto?

Sì ho sperimentato molto. I disegni non li avevo realizzati prima, sono andato per un sopralluogo e al momento ho organizzato in base alle dimensioni dello spazio, valutando l’altezza, la luce e la posizione.

Considera che le mie opere sono in se stesse delle ricerche, i materiali si indagano tra di loro e quindi, anche la scultura girevole presente in mostra, in cui ho impregnato tutti quei metri quadri di carta con l’olio d’oliva, era qualcosa di totalmente inedito, era un procedimento che non avevo mai realizzato, poteva anche accadere qualcosa di imprevisto. Andare incontro ad incognite sommate ad altre incognite, presenti già nel mio bagaglio di esperienze, è stato molto stimolante ed affascinante. Per questa mostra ho concepito un’installazione di gesso, che è nata come un esperimento e una sfida allo stesso tempo, nel senso che l’atto di essere coscienti e contemporaneamente un po’ incoscienti, di creare un’opera di questo tipo, presumeva il fatto che nessuno sapesse cosa alla fine sarebbe scaturito da quest’idea. C’è voluto coraggio da parte di chi la ospitava e una condivisione a livello progettuale. Da parte mia forse c’è stata un po’ di inconsapevolezza, non ho voluto concentrarmi sull’opera migliore, considerando la più sicura, ma ho deciso di fare un passo indietro, non ho riflettuto sull’opera finale in sé, ma sul percorso da compiere per ottenerla, questo ha comportato dei rischi, potevo incontrare degli intoppi che mi avrebbero fermato, o imbattermi in alcune modifiche, che avrebbero potuto cambiare il fondamento durante la fase di realizzazione, e così è stato. La costruzione geometrica di questa forma era del tutto contro le logiche della gravità e dei materiali che stavo utilizzando, quindi partire con un’idea, un progetto che sai già che non avrà la sua finalità è abbastanza rischioso se lo vedi dal punto di vista razionale.

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La mostra s’intitola “Ombreggiature di un ordine mobile”,  vuoi spiegarmi questo titolo?

L’Ombreggiatura per me è un dettaglio, una sfumatura, che non è soltanto di colore, ma è anche di sensazione, in essa è presente anche l’effetto tattile, quel leggero limite tra il solido e il soffice, che si intuisce ma non si capisce fino in fondo. Per questo motivo è necessario sperimentare e qui ci addentriamo nel concetto di ordine mobile, ovvero la mancanza di stabilità in queste sfumature; esiste sempre una piccola variante dettata dalle relazione di tutti gli elementi che entrano in gioco.

Nell’installazione con il movimento della carta, sono coinvolti tantissimi fattori, dal minimo elemento olfattivo dell’olio d’oliva, a tutte queste gradazione date dalla luce che passa attraverso la grammatura della carta, all’olio, che progressivamente penetra dentro di essa, fino ad uno spostamento che crea delle contrapposizioni di luce tra le varie parti, esiste la variabile data dalla persona che avvicinandosi muove l’aria e quindi la fa ondeggiare in maniera diversa, alle posizioni in cui si osserva l’opera e così i fogli continuano a girare. Sono tutte queste trasformazioni che non intendo limitare, anzi in qualche modo enfatizzare senza però estremizzare, perché anche nei colori, cerco di esprimermi senza che il tono non sia mai gridato, è sempre un po’ attenuato da una sovrapposizione e da una stratificazione di elementi. Queste sono le motivazioni che mi hanno portato a scegliere questo titolo.

Mi vuoi spiegare da dove arriva questa tua poetica? Possiamo affermare che la tua scultura è basata sull’idea di relazioni e connessioni materiche, legata alle variabili, vuoi descrivere cosa intendi?

Questa mia poetica deriva da diverse letture, soprattutto in ambito biologico riguardanti le regole naturali. Questi approfondimenti non li faccio per capire la regola che sottostà all’andamento di tutto questo, ma per ritrovare dentro queste ipotetiche leggi universali, che non considero mai tali, perché sono sempre anche loro in movimento, un’ulteriore possibilità di sviluppo. E’ tramite questi studi che ho iniziato a capire che quello che sperimentavo nella pratica, dialogando con i materiali e mettendo loro stessi in sintonia poteva avere delle conferme nella teoria, è qui che ho ritrovato quella dell’ordine mobile. Ritrovare la mia poetica, il mio punto di vista in queste letture è stato stimolante, in esse sono spiegati concetti più estetici che scientifici legati alle leggi della natura. Una delle riflessioni che ho maturato da questi studi è che nella regola esiste sempre la variante, non si può prescindere da essa analizzando gli eventi in senso generale e se in senso generale possono sembrare avere un’uniformità, andandoli ad analizzare nel dettaglio ci si trova sempre nella diversità.

Che ruolo ha la materia nella tua arte?

Il concetto di materia dal mio punto di vista ha diverse sfaccettature; nel momento in cui rifletto su questo concetto penso alla natura nel suo insieme. Lavoro con elementi e materiali naturali o che derivano da sostanze di questo tipo. Ci tengo quindi a sottolineare che ciò che utilizzo non è un prodotto con una finalità precisa,  mantengo vivi gli elementi, non ho intenzione di nasconderli oppure soffocarli,

Quando mi soffermo a ragionare sul rapporto creativo con la materia penso a quello che rappresenta e a quello che può darmi, in essa ritrovo una quantità maggiore di informazioni.

Sono gli elementi naturali stessi che rendono più empatico il rapporto con me e con l’opera di conseguenza, perché mantengono in sé elementi che possono essere richiami al tempo, da qui la stratificazione e l’evoluzione. Anche lo spazio per uno scultore è materia, nel senso che non riesco mai a prescindere dal fatto spaziale, che poi comprende anche la luce e le sue varie fonti di interazione con l’opera.

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Che importanza dai alla luce?

Considero la luce molto importante, l’installazione con la polvere di gesso è molto legata ad essa, proprio perché si capisce come la superficie, la materia, la forma a seconda di come vengono modellate reagiscono alla fonte luminosa. In questa scultura utilizzando lo stesso identico materiale, cambiando soltanto la   concentrazione di gesso nello spazio, si sono creati dei dialoghi con riflessi totalmente diversi. Le differenti variazioni di quest’opera, come la parte che riverbera, quella modellata, la parte che s’increspa, assumono tutte alterazioni molto profonde e anche se non è così evidente si tratta di un lavoro dove la luce assume un ruolo di fondamentale importanza. Utilizzando lo stesso identico materiale, cambiando soltanto la sua concentrazione nello spazio si realizza una correlazione con la luce fortemente diversa. Differente è invece il fattore luce nell’installazione con i fogli di carta e olio, qui questa diviene materia, nel senso che può essere percepita sia come il bianco della carta, che tradizionalmente quando si disegna diventa la parte luminosa, sia come la trasparenza dovuta all’olio che le permette però di penetrare e fermandosi diviene qualcosa di concreto uniformandosi nella scultura stessa. Possiamo dire che l’installazione è composta materialmente da tre elementi: carta, olio e luce.

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Possiamo definire le tue opere sensoriali?

Sì, nell’opera in gesso è presente il tatto, che è uno degli elementi che si possono utilizzare in quest’installazione, modificandola e toccandola.

Questa sensazione è prima di tutto mia e successivamente dello spettatore. Un precedente lavoro, realizzato tempo fa con la polvere pressata, mi ha fatto percepire come il fruitore volesse interagire con questa superficie per scoprire come una forma di questo tipo con queste caratteristiche potesse essere creata. Il tatto diviene qui l’elemento di conoscenza, la vista non è sufficiente, non ci sono abbastanza elementi per comprendere appieno l’opera. Questa parte di mistero da un lato è interessante, perché non è necessario comprendere e svelare tutto, deve rimanere sempre quella parte celata, che contemporaneamente obbliga a mettere in gioco un altro senso che solitamente nell’arte viene un po’ messo in disparte.  Un altro senso come l’olfatto è presente nel legno, in una parte della scultura centrale; questo è un materiale molto caldo, in tutti sensi, se si tocca non è come il gesso del pezzo di fianco che risulta freddo, il legno suggerisce una sensazione piacevole, viene voglia di appoggiarvisi, anche qui l’elemento tattile viene messo in gioco. Dal mio punto di vista, come realizzatore, amo lavorare il legno, nel senso che mentre lo tratto si apre, sento uscire i profumi, regala la sensazione di toccare qualcosa di naturale, percepisco qualcosa di vivo, creo proprio una relazione fisica con questo genere di materiale e credo di riuscire a trasmettere questo tipo di sensorialità a coloro a cui arriva il lavoro.

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Cosa significa per te “svelare” e come possiamo cogliere questo concetto nella mostra?

Se dovessi spiegare significherebbe che possiedo la conoscenza totale di ciò che spiego, ma visto che non posso conoscere perfettamente, direi il falso o una mezza verità. Considero più onesto aiutare attraverso l’arte il fruitore ad entrare in relazione con gli elementi concentrati nelle mie opere. In senso generale, può essere l’elemento dell’equilibrio, della transizione attraverso quelle ombreggiature di cui parlavo prima, esse non vanno a coprire, ma a togliere dei veli che magari noi stessi abbiamo per cultura, per noia o per difficoltà. Ci liberano da delle visioni preconcette e magari proprio grazie alla fruizione dell’opera è possibile accedere a delle relazioni.

Cosa hai portato a mtn?

Credo di aver portato un po’ di delicatezza attraverso però degli interventi massicci. Nei miei lavori è presente questa contraddizione, essi non sono leggeri e invisibili, ma  sono comunque presenti e delicati e credo che il museo stia creando un lavoro simile. Marcello e Silla sono molto presenti con la ricerca, ma anche delicati, i valori che stanno esprimendo con il museo sono sicuri, fermi, ma non gridarti, essi si stanno affermando in modo graduale nel territorio, facendo penetrare con delicata e fermezza delle idee, delle visioni culturali ed è così che si mettono le radici.

Credo di essere entrato un po’ in sintonia con la loro visione da questo punto di vista; inoltre attraverso la scultura aver comunque portato questi elementi di ponderazione e delicatezza con qualità diverse all’interno della scultura, che è sempre vista un po’ come qualcosa di forte e pesante. Certo la fatica è presente,  ma non è quella che deve emergere come elemento, quelle che devono risaltare sono le capacità tecniche, esse vengono messe al servizio di quella che poi è la visione finale, senza sovrastare il soggetto vero e proprio dell’opera.

Leda Lunghi